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Castel San Giovanni

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Castel San Giovanni
Szeder László

Castel San Giovanni è l'ultima cittadina dell'Emilia, poco più in là comincia la Lombardia, e questa cittadina della bassa Val Tidone, stretta tra il Po e le prime colline, è da sempre il punto dove le due regioni si toccano.

Il nome che porta nel Medioevo racconta qualcosa di più antico: Castrum Sancti Johannis de Olubra, il castello di San Giovanni di Olubra, appartenente al feudo dei monaci di San Colombano di Bobbio. Olubra: una parola che precede i monaci, i conti, persino i romani, e di cui nessuno sa più dire davvero il significato.

Il castello che dà il nome non esiste più. Nel 1252 Ferrario Cane, un pavese, lo rade al suolo nel pieno delle guerre tra guelfi e ghibellini. Passano quasi quarant'anni prima che Alberto Scotti, signore di Piacenza, decida di ricostruirlo, restituendogli mura e importanza. Da lì in poi il feudo cambia mano più volte: i Fontana, gli Arcelli, i Dal Verme, i Pallavicino, finché nel 1545 la Val Tidone intera finisce sotto i Farnese e il nuovo Ducato di Parma e Piacenza.

Oggi è una città che, pur vivendo ancora di agricoltura, ospita anche aziende alimentari, chimiche e meccaniche, inoltre si rileva una discreta presenza di imprese legate all'artigianato, soprattutto quello riguardante l'abbigliamento (maglierie e scialli), ed alla produzione di imballaggi e bottoni. Il commercio è favorito dalla vicinanza all'autostrada A21 e alla ferrovia Alessandria-Piacenza. Nei pressi del casello autostradale di Castel San Giovanni è collocato un polo di interscambio merci, dove si trova, tra gli altri, la sede logistica di Amazon (azienda statunitense di commercio elettronico[13]) più grande d'Italia.

Castel San Giovanni ha dato i natali al cardinale Agostino Casaroli, diplomatico della Santa Sede, e a diversi sportivi e artisti locali.

Un luogo di confine, insomma, in tutti i sensi: tra due regioni, tra un passato di castelli assediati e un presente di capannoni industriali, tra le storie della sua campagna e quelle più note della città che le raccoglie tutte.

Il generale che forse non è mai esistito

Prima che esistesse Castel San Giovanni, prima ancora che esistesse il nome che oggi porta, c'era una stazione di posta romana. Si chiamava Olubra: qui, lungo la via Postumia aperta nel 148 avanti Cristo, i viaggiatori diretti verso ovest si fermavano a cambiare i cavalli, un po' come si farebbe oggi in un'area di servizio.

Su quel nome, Olubra, la gente del posto ha costruito nei secoli una storia che nessun documento conferma: quella di un generale chiamato Olubro, che avrebbe sconfitto i Galli in una battaglia decisiva proprio qui, e a cui la stazione sarebbe stata intitolata come premio. Nessuno storico ha mai trovato un solo documento romano che parli di lui. Eppure il racconto ha attraversato i secoli, tramandato da chi aveva bisogno di dare un volto e un nome a un luogo, invece di lasciarlo anonimo.

Quello che i documenti raccontano davvero è più lento e meno eroico: il nome Olubra si sarebbe trasformato con il tempo in "Olora" e poi in "Lora", il nome del torrente che ancora oggi scorre qui vicino. Non una battaglia, ma un'erosione linguistica lunga secoli, lettera dopo lettera, fino a diventare irriconoscibile.

Resta una domanda aperta, di quelle che non hanno una risposta definitiva: perché una comunità inventa un generale, invece di accontentarsi di un fiume che cambia nome? Forse perché un fiume non basta a spiegare da dove veniva un posto. Serviva qualcuno da poter raccontare, anche se quel qualcuno, quasi certamente, non ha mai messo piede qui.

La città che nacque per fermare un nemico

Nel 1290 Alberto Scotti non stava costruendo un paese. Stava costruendo un'arma.

Scotti era il signore di Piacenza, un uomo abituato a pensare in termini di confini e minacce. Da anni la sua città era in guerra con Pavia, e il punto debole era proprio qui, nella pianura tra i torrenti Lora e Carona, dove un piccolo insediamento chiamato Olubra era già stato raso al suolo una volta dai pavesi, nel 1252. Ricostruirlo come prima non sarebbe servito a niente: sarebbe caduto di nuovo.

Così Scotti decise di ripartire da zero, ma con una logica diversa. Fece tracciare una pianta quadrangolare, quasi militare, circondata da mura e da un fossato alimentato dagli stessi torrenti che un tempo erano solo un confine naturale. Due porte, una verso Pavia e una verso Piacenza, per controllare chi entrava e chi usciva. Un nome che era già un programma: Castrum Sancti Joannis, il castello di San Giovanni.

Non fu un gesto improvvisato. Anni prima, nel 1243 e nel 1246, perfino il re Enzo, figlio di Federico II di Svevia e alleato dei pavesi, aveva provato a espugnare il vecchio castello di Olubra senza riuscirci: il punto strategico era chiaro a tutti, molto prima che Scotti decidesse di blindarlo per sempre.

Quello che oggi è una cittadina vivace con piazze, mercati e negozi è nata come una mossa su una scacchiera molto più grande, giocata da un signore che pensava a Pavia mentre disegnava una città. Le mura sono sparite da due secoli. La logica che le aveva volute, difendersi occupando, resta scritta nella forma del centro storico, in quel quadrilatero compatto che oggi si attraversa a piedi in dieci minuti senza sapere che stava per essere una trincea.

Un veleno a Voghera, un feudo che cambia padrone

Pietro Dal Verme era un condottiero, uno di quegli uomini che nel Quattrocento tenevano in mano interi territori grazie a un esercito personale e a un'abilità quasi innata nel restare al fianco del potente giusto al momento giusto. Castel San Giovanni era uno dei feudi della sua famiglia: la terra che pagava per la sua fedeltà, e che a sua volta lui doveva proteggere.

Nel 1485, a Voghera, qualcuno gli mise del veleno nel cibo. Non fu un incidente: fu l'atto conclusivo di una manovra politica. A Milano, Ludovico il Moro stava consolidando il proprio potere con ogni mezzo disponibile, e i Dal Verme si trovarono improvvisamente accusati di aver congiurato con un altro condottiero, Roberto Sanseverino. Nessun documento ha mai dimostrato che l'accusa fosse vera. Non importò: bastò per giustificare la confisca di tutti i feudi della famiglia, Castel San Giovanni compreso.

Quello che successe dopo dice più cose sul potere di allora di quante ne dica l'omicidio stesso. Il feudo non tornò libero: passò come dote a un altro uomo di fiducia del Moro, il conte Galeazzo Sanseverino, che sposò Bianca Giovanna Sforza, figlia dello stesso Ludovico. Per un periodo, il territorio fu perfino nelle mani della duchessa Beatrice d'Este, moglie del Moro.

Un paese, la sua gente, i suoi raccolti e le sue tasse passarono di mano come una pedina, decisi da un matrimonio, da un'accusa mai dimostrata e da un veleno versato in un'altra città. Chi viveva a Castel San Giovanni in quegli anni probabilmente non seppe mai con certezza il perché del cambio di padrone: sapeva solo che, ancora una volta, qualcun altro aveva deciso al posto suo.

Il napoletano nato in Emilia

Giuseppe Santonastaso, per tutti Pippo, nasce a Castel San Giovanni il 25 maggio 1936, da una famiglia napoletana. È un dettaglio che vale la pena fermarsi a guardare: uno dei comici più riconoscibili della comicità napoletana del secondo Novecento non ha mai vissuto a Napoli da bambino, è cresciuto in un paese della bassa piacentina, tra la nebbia e i portici, non tra i vicoli e il mare.

Eppure quando arriva il momento di costruire il proprio personaggio pubblico, Pippo non sceglie l'accento emiliano che probabilmente ha imparato per primo. Sceglie di essere, sul palco e in televisione, profondamente napoletano: gesti, ritmo, cadenza, tutto costruito su un'identità che aveva ricevuto in eredità dalla famiglia, non dal territorio in cui era cresciuto. È la prova che un'identità non è per forza il posto dove sei nato: a volte è il racconto che la tua famiglia continua a farti su chi siete, anche quando il posto intorno racconta una storia diversa.

Con il fratello minore Mario forma un duo comico-musicale che debutta in RAI il 4 ottobre 1970, nel programma "Ti piace la mia faccia?". Diventano volti familiari in tutte le case italiane. Pippo lavora anche al cinema come spalla di Adriano Celentano in diversi film, un ruolo che richiede talento ma raramente porta il nome in cima ai titoli di testa. L'unica volta in cui è protagonista assoluto è nel film "Geometra Prinetti selvaggiamente Osvaldo", un'eccezione in una carriera passata per lo più a far ridere standoci accanto, non davanti.

Un ragazzo nato in Emilia da genitori napoletani, diventato comico napoletano per il pubblico di tutta Italia: a volte l'identità che scegli di raccontare pesa più di quella scritta sul certificato di nascita.

Il Ballonaio e i dieci che non tornarono

A Castel San Giovanni, durante gli ultimi due anni di guerra, un uomo diventa una leggenda locale con un soprannome che suona quasi buffo se non si conosce la storia dietro: lo chiamavano "il Ballonaio". Si chiamava Giovanni Lazzetti, comandava una squadra partigiana, ed era diventato famoso per azioni di guerriglia spettacolari, di quelle che si raccontano ancora oggi nei paesi della zona.

La sua storia finisce come finiscono troppe storie della Resistenza: viene catturato il 18 gennaio 1945, a pochi mesi dalla fine della guerra, quando forse aveva già iniziato a pensare a un dopo. Viene fucilato il giorno seguente, al cimitero di Piacenza. Non ha fatto in tempo a vedere la liberazione che il suo lavoro clandestino stava aiutando a costruire.

Ma Lazzetti non è l'unica storia di questo periodo che vale la pena raccontare. Circa duecento persone di Castel San Giovanni sono state internate come militari italiani nei lager tedeschi, gli IMI: soldati che, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, si sono rifiutati di continuare a combattere al fianco dei tedeschi e sono stati deportati come lavoratori forzati invece che come prigionieri di guerra, uno status che gli avrebbe garantito qualche protezione in più secondo le convenzioni internazionali. Di loro, dieci non sono più tornati. Lo storico locale Delio Profili ha ricostruito con esattezza le loro storie, nome per nome, restituendo un volto a numeri che altrimenti resterebbero solo una statistica.

Duecento uomini partiti, dieci mai tornati, un comandante partigiano fucilato a un passo dalla fine: dietro ogni paese che oggi sembra tranquillo c'è quasi sempre una generazione che ha pagato un prezzo molto alto perché quella tranquillità potesse esistere.

Il pane che avanzava diventava festa

Nelle case contadine della Val Tidone, fino a qualche generazione fa, il forno a legna non era un elettrodomestico personale: era una risorsa condivisa tra le famiglie di uno stesso cortile, usata a turno. Ogni volta che toccava a una famiglia accendere il forno per cuocere il pane della settimana, restava sempre un po' di impasto in eccesso, quello che non bastava per un altro pane intero ma era troppo per buttarlo via.

È da questo avanzo che nasce il batarò: il nome viene dal dialetto piacentino "batt", battere, perché l'impasto veniva schiacciato e battuto fino a diventare una focaccina sottile. Con quell'impasto avanzato si preparava la merenda per tutti i bambini del cortile, non solo per quelli della famiglia che aveva acceso il forno quel giorno. Un piatto povero, fatto con quello che restava, condito con quello che c'era in casa: lardo per chi poteva permetterselo, altrimenti solo olio, o zucchero nei giorni un po' più fortunati.

C'è qualcosa di importante in questo dettaglio che è facile far scivolare via leggendo troppo in fretta: il batarò non era il pane della famiglia che l'aveva fatto, era la merenda di tutti i bambini del cortile. Un avanzo che diventava un momento condiviso, in un'epoca in cui condividere il cibo tra vicini non era un gesto simbolico ma una necessità quotidiana per far quadrare i conti.

Oggi il batarò è tutelato con una De.Co., una denominazione comunale, dal Comune di Alta Val Tidone, e ha una sagra storica a Sala Mandelli il primo fine settimana di settembre. Quello che era nato come il modo più semplice per non sprecare niente è diventato un piatto identitario, il tipo di cibo che un territorio sceglie di raccontare di sé quando vuole dire chi è stato prima di diventare quello che è oggi.

Corso Giacomo Matteotti, 80a
29015 Castel San Giovanni Piacenza
Emilia-Romagna, Italia