Il pane che avanzava diventava festa
Il batarò nasce dagli avanzi dell'impasto del pane, battuti e cotti per fare merenda a tutti i bambini del cortile.
Nelle case contadine della Val Tidone, fino a qualche generazione fa, il forno a legna non era un elettrodomestico personale: era una risorsa condivisa tra le famiglie di uno stesso cortile, usata a turno. Ogni volta che toccava a una famiglia accendere il forno per cuocere il pane della settimana, restava sempre un po' di impasto in eccesso, quello che non bastava per un altro pane intero ma era troppo per buttarlo via.
È da questo avanzo che nasce il batarò: il nome viene dal dialetto piacentino "batt", battere, perché l'impasto veniva schiacciato e battuto fino a diventare una focaccina sottile. Con quell'impasto avanzato si preparava la merenda per tutti i bambini del cortile, non solo per quelli della famiglia che aveva acceso il forno quel giorno. Un piatto povero, fatto con quello che restava, condito con quello che c'era in casa: lardo per chi poteva permetterselo, altrimenti solo olio, o zucchero nei giorni un po' più fortunati.
C'è qualcosa di importante in questo dettaglio che è facile far scivolare via leggendo troppo in fretta: il batarò non era il pane della famiglia che l'aveva fatto, era la merenda di tutti i bambini del cortile. Un avanzo che diventava un momento condiviso, in un'epoca in cui condividere il cibo tra vicini non era un gesto simbolico ma una necessità quotidiana per far quadrare i conti.
Oggi il batarò è tutelato con una De.Co., una denominazione comunale, dal Comune di Alta Val Tidone, e ha una sagra storica a Sala Mandelli il primo fine settimana di settembre. Quello che era nato come il modo più semplice per non sprecare niente è diventato un piatto identitario, il tipo di cibo che un territorio sceglie di raccontare di sé quando vuole dire chi è stato prima di diventare quello che è oggi.