Nei primi anni del Seicento, sotto il duca Ranuccio I Farnese, un gruppo di profughi arrivò lungo il Po in fuga dall'avanzata dell'impero ottomano nei Balcani. Erano arbëreshë, albanesi, e la politica dei Farnese verso quella regione fece sì che trovassero qui, in due piccoli nuclei chiamati Bosco Tosca e Pievetta, un posto dove fermarsi. Sono le uniche comunità arbëreshë mai documentate in tutta l'Italia settentrionale: quelle più note stanno secoli più a sud, in Calabria e Sicilia.
Prova a immaginare cosa significasse arrivare qui da un altro mondo linguistico e religioso, in una pianura piatta e umida, senza le montagne a cui erano abituati, e dover ricostruire da capo una vita, un lavoro, una rete di relazioni, il tutto restando comunque riconoscibili come "gli altri" per generazioni.
Oggi di quella lingua e di quei riti non resta quasi nulla di vivo. Nessuno a Bosco Tosca o Pievetta parla più arbëresh. Quello che è sopravvissuto sono i cognomi: "Albanesi" a Pievetta, "Tosca" nell'omonima frazione, tracce fossili di un'identità che si è sciolta nel tessuto locale senza sparire del tutto. È rimasto anche un dettaglio che le esumazioni hanno confermato: nella bara del defunto si mettevano un fazzoletto di lino, un gomitolo di lana e una moneta. La moneta serviva, secondo la tradizione, a pagare il traghettatore nel viaggio verso l'aldilà: un'eco pagana del Caronte greco, sopravvissuta per secoli dentro un rito che nel frattempo si era fatto cristiano.
Esiste ancora oggi un "Comitato per il ritorno alle origini", persone che provano a recuperare quello che si può di una storia che rischia di restare solo nei cognomi sulla cassetta della posta. Una domanda che vale la pena farsi guardando questi due nuclei di case lungo il Po: quanto tempo ci vuole perché un'identità intera si riduca a un cognome, e cosa resterebbe della nostra se qualcuno dovesse ricostruirla tra quattrocento anni solo da quello che è rimasto scritto?