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Teatro Giuseppe Verdi

Museo e Luogo della Cultura
Non c'è ancora in questa lingua o fascia d'età: questo è un ripiego.

Affacciato su Piazza Chiesa Maggiore a Castel San Giovanni, il Teatro Verdi si presenta con un esterno discreto e sobrio che cela una singolare evoluzione storica: la struttura nasce infatti nel Seicento come chiesa del convento delle Benedettine (dedicata a Santa Giustina), prima di essere sconsacrata in epoca napoleonica e trasformata in teatro civico a partire dal 1823.

L'edificio si inserisce con discrezione nella piazzetta, a brevissima distanza dall'imponente mole della Collegiata di San Giovanni Battista, fungendo da cerniera culturale del centro storico senza ostentare l'architettura monumentale tipica dei grandi teatri d'opera ottocenteschi.

Il prospetto principale è essenziale, intonacato con tonalità calde tipiche del borgo e privo di eccessivi ornamenti barocchi o neoclassici, scandito dal portale d'ingresso e da aperture geometriche regolari.

I volumi conservano l'impostazione austera e compatta dell'originario edificio sacro seicentesco, con una volumetria a capanna che si fonde in modo lineare con il tessuto urbano circostante.

Un teatro all'italiana nato dentro una chiesa sconsacrata

Il Teatro Verdi occupa l'edificio di un'ex chiesa, e questa origine si vede ancora oggi: nella sala, la struttura della navata originaria della chiesa secentesca di Santa Giustina resta leggibile su uno dei due lati lunghi, un promemoria architettonico di cosa c'era qui prima che diventasse un teatro.

L'esterno, dopo i restauri avviati all'inizio degli anni Ottanta su progetto degli architetti Baggi e Curtoni di Piacenza, è rimasto volutamente semplice e spoglio, senza gli sfarzi ottocenteschi che caratterizzano molti teatri all'italiana della stessa epoca. Il foyer, invece, mostra a vista le antiche volte a crociera recuperate durante quello stesso intervento.

All'interno, la platea è sormontata da una galleria costruita nel dopoguerra e poi sostituita da un moderno impianto in cemento, ferro e legno, a cui si accede tramite una scala elicoidale collocata in fondo alla sala; due ballatoi corrono lungo i lati lunghi. Il palcoscenico è stato dotato di camerini e servizi nel retropalco, ricavati inglobando gli spazi dell'ex caserma dei Dragoni, che un tempo occupava l'area adiacente.

Nato dalla soppressione napoleonica della chiesa nel 1805 e dalla decisione dei cittadini, nel 1821, di riconvertirla con una sottoscrizione pubblica, il teatro ha festeggiato duecento anni di vita nel 2023 ed è tuttora la sede della stagione teatrale del paese.

La chiesa che Napoleone chiuse e il paese riaprì come teatro

L'edificio dove oggi si va a teatro a Castel San Giovanni, in origine, era una chiesa. Nel Seicento Ranuccio II Farnese, duca di Parma e Piacenza, la fa costruire per le monache benedettine del monastero adiacente e la dedica a Santa Giustina. Per quasi due secoli resta esattamente questo: un luogo di clausura, non di spettacolo.

Poi arriva Napoleone. Nel 1805, nell'ambito delle soppressioni degli ordini religiosi che accompagnano la sua campagna in Italia, la chiesa viene chiusa e i suoi beni incamerati dallo Stato. Non è un caso isolato: in tutta Europa, in quegli anni, Napoleone chiude ordini religiosi e riconverte i loro edifici, spesso a beneficio dello stato, a volte per pura necessità di spazio e di soldi.

Dopo la caduta dell'imperatore e la Restaurazione, l'edificio passa alla Camera Ducale di Maria Luigia d'Austria, la duchessa che governa Parma e Piacenza: è a lei che nel 1821 il Consiglio degli Anziani del paese si rivolge, chiedendo il permesso di trasformare chiesa e convento, ormai vuoti, in una scuola e in un teatro. È una decisione che oggi sembrerebbe scontata, ma nel 1821 significa mobilitare risorse, convincere le persone a mettere mano al portafoglio per un progetto pubblico. Maria Luigia acconsente, e il resto lo fanno i cittadini stessi, con una sottoscrizione pubblica: soldi messi insieme da chi credeva che un paese avesse bisogno anche di un posto per raccontare storie, non solo di chiese e magazzini.

Il progetto va in porto, e nel 1823 il nuovo Teatro Verdi apre con la sua prima recita: "La serva padrona", l'opera buffa di Giovanni Battista Pergolesi, già vecchia di quasi un secolo ma ancora capace di far ridere un pubblico di paese. Duecento anni dopo, nel 2023, il teatro ha festeggiato questo anniversario: due secoli in cui un edificio nato per la preghiera ha continuato a riempirsi di persone, solo con uno scopo diverso.

C'è qualcosa di rassicurante in questa storia: gli edifici, in fondo, sono solo muri e un tetto. Quello che li rende importanti è quello che una comunità decide di farci dentro, ed è capace di reinventarlo quando la funzione originaria smette di avere senso, invece di lasciarlo vuoto e abbandonato.

Il teatro che chiuse e ricominciò come cinema

Per più di cent'anni, dopo l'apertura del 1823, il Teatro Verdi vive una vita regolare e piena: due stagioni liriche ogni anno, una estiva e una invernale, più prosa, operetta, balletto. È il posto dove, nel 1841, una ragazzina di tredici anni sale per la prima volta su un palco prima di diventare una delle ballerine più famose del suo secolo.

Poi, nei primi decenni del Novecento, qualcosa si rompe. Le fonti non sono del tutto d'accordo sul motivo esatto: una versione racconta che il teatro chiuse per inagibilità nel 1927, un'altra che furono le sue dimensioni ridotte a renderlo sempre meno competitivo rispetto ai teatri più grandi che si stavano affermando nella zona. Probabilmente è vera una combinazione delle due cose: un edificio piccolo, pensato per un pubblico di paese di inizio Ottocento, che fatica a reggere il confronto con le sale moderne, finché un problema strutturale non gli dà il colpo di grazia.

Per vent'anni il teatro resta chiuso, o quasi. Poi, nel 1947, riapre con un nome nuovo e una funzione doppia: Teatro Cinema Verdi. È la soluzione che moltissimi piccoli teatri italiani del dopoguerra trovano per sopravvivere: il cinema, più economico e più popolare della lirica, paga le bollette e tiene aperte le porte, mentre la sala continua a ospitare, quando serve, anche spettacoli dal vivo.

Negli anni più recenti, un restauro completo ha fatto un lavoro diverso: invece di modernizzare, ha riportato alla luce l'impianto ottocentesco originario, quello che il teatro aveva quando si chiamava solo Verdi e non ancora anche Cinema. Oggi chi si siede in platea vede, nei limiti del possibile, la stessa sala che vedeva quella ragazzina nel 1841: un cerchio che si chiude, quasi due secoli dopo.

La ragazza che debuttò qui e il cui nome diventò una parola

Il 21 maggio 1841, sul palco del teatro appena nato di Castel San Giovanni, sale una ragazzina di tredici anni. Si chiama Anna Maria Baderna, tutti la chiameranno Marietta, ed è figlia di un chirurgo del paese. Nessuno, quella sera, può immaginare che il suo nome finirà un giorno su un dizionario, in un altro continente, con un significato che non ha niente a che fare con la danza.

Il talento c'è, ed è evidente da subito. Pochi anni dopo entra nella scuola del coreografo Carlo Blasis e nel corpo di ballo del Teatro alla Scala di Milano, il palcoscenico più importante della danza italiana dell'epoca. Nell'autunno del 1843 ne diventa la prima ballerina, in produzioni come "Il rajà e la bajadera" e "Caterina Cornaro". Nel 1845 firma come prima ballerina assoluta al Teatro Comunale di Bologna, poi danza a Trieste, poi ancora alla Scala. Nel 1847 va in Inghilterra al fianco del suo maestro. In pochi anni, la ragazza che aveva debuttato in un piccolo teatro di provincia si ritrova sui palcoscenici più importanti d'Europa.

Ma è quello che succede dopo il 1849, quando si trasferisce in Brasile, a rendere la sua storia davvero fuori dal comune. A Rio de Janeiro, Marietta diventa un fenomeno: il pubblico la adora al punto che ogni sua esibizione si trasforma in un evento incontrollabile, tra ressa, urla e fan che perdono completamente la testa. Lei, dal suo lato, non resta un'ospite distante: si appassiona alla cultura popolare brasiliana e inserisce nelle sue performance elementi di lundu, una danza afrobrasiliana, mescolando il balletto europeo con quello che vede intorno a sé.

L'entusiasmo dei suoi fan diventa così proverbiale che il suo cognome comincia a essere usato per descrivere qualunque momento di confusione totale, di baccano, di casino: il lessicografo brasiliano Antonio Joaquim de Macedo Soares lo registra come sostantivo comune già nell'Ottocento. Marietta muore a Rio de Janeiro il 3 gennaio 1892, ma la parola che porta il suo nome le sopravvive: i brasiliani continuano a usare "baderna" ancora oggi per dire "casino", "tumulto", "festa fuori controllo", spesso senza sapere che viene dal cognome di una ragazza che aveva debuttato, tredicenne, su un piccolo palco di provincia in Emilia.

È uno dei pochi casi in cui una persona diventa, letteralmente, una parola del vocabolario di un altro paese. E tutto è cominciato qui, in questa sala, la sera in cui una tredicenne di Castel San Giovanni ha fatto il suo primo passo di danza in pubblico.

Piazza cardinale Agostino Casaroli
29015 Castel San Giovanni Piacenza
Emilia-Romagna, Italia